LUDOVICO ARIOSTO.

CANZONE PER LA PARTENZA DI GINEVRA.

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PROGETTO: ANTOLOGIA ELETTRONICA DELLA LETTERATURA ITALIANA.
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Breve Biografia.
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LUDOVICO ARIOSTO nacque l'8 settembre 1474 a Reggio Emilia da Niccol Ariosto, capitano della cittadella, e da Daria Malaguzzi.
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A tredici anni si stabil con la famiglia a Ferrara dove intraprese gli studi di legge; ma pi tardi, vista la scarsa disposizione per essi, venne affidato al dotto umanista Gregorio da Spoleto, e si dedic alla letteratura, frequentando gli umanisti della Corte estense. Nel 1500 morto il padre, rimase al giovane Ludovico, primogenito di dieci figli, la cura dell'intera famiglia.
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Cos dovette procurarsi un impiego. Per un anno fu capitano della rocca di Canossa; nell'ottobre del 1503 entr al servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca di Ferrara Alfonso primo; il quale si valse dell'ingegno dell'Ariosto inviandolo in ambasciate in Toscana, in Lombardia, e a Roma presso i pontefici Giulio secondo e Leone Decimo.
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Nonostante queste mansioni, ed altre assai pi gravose, l'Ariosto non smise di pensare al suo poema, l'Orlando furioso, iniziato nel 1504 e lentamente ne prosegu la composizione che, si pu dire, dur tutta la vita. Una prima edizione di quaranta canti usc, a spese del cardinale a cui era dedicato, nel 1516. Ma di essa l'autore si ritenne insoddisfatto.
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L'anno dopo, il cardinale Ippolito, non avendolo l'Ariosto voluto seguire a Budapest, dove egli era stato nominato arcivescovo, lo licenzi. Gli venne in aiuto in questa dura circostanza il duca Alfonso, accogliendolo tra i suoi familiari, e nominandolo qualche anno dopo Governatore della Garfagnana, selvaggia regione appenninica infestata dai briganti.
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Conclusa questa missione, durata tre anni, e descritta in famose Lettere ufficiali, il poeta torn a Ferrara, compr una piccola casa e vi pass il resto dei suoi giorni in tranquillit, con la sua compagna, Alessandra Benucci, e il figlio Virginio. Il poema fu infine pubblicato in edizione definitiva nel 1532, con l'aggiunta di nuovi episodi e di sei canti. Mor il 6 luglio 1533.
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Ricordiamo altre opere dell'Ariosto: sette Satire in terzine, una prosa, L'Erbolato, le Lettere e scritti latini, e cinque commedie: La Cassaria, I Suppositi, La Lena, Il Negromante e Gli Studenti (quest'ultima condotta a termine dal fratello Gabriele e dal figlio Virginio sotto il titolo di Scolastica).
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Niente tuttavia rivela il carattere e le aspirazioni dell'Ariosto meglio del suo capolavoro: l'Orlando Furioso.
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La critica ha molto insistito sul ritratto dell'Ariosto "uomo tranquillo", senza vocazione per l'azione, spinto suo malgrado a diventare uomo politico, ma in realt il quadro esige di essere sfumato: se da un lato, in lui c', indubbiamente, l'aspirazione a una vita sedentaria, raccolta, quieta, lontana dai travagli del tempo, confortata e risolta nell'assaporamento della poesia; dall'altro lato occorre riconoscere l'accettazione consapevole e cosciente del proprio impegno nella vita pratica, dell'attivit di diplomatico e di governatore abbandonato
spesso in situazioni difficilissime.
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Gli Estensi conoscevano i loro uomini e le loro capacit, e se affidarono all'Ariosto missioni di un certo rilievo, bisogna ammettere nel poeta una notevole attitudine all'azione. Questa compresenza di un Ariosto "attivo" e di un Ariosto "contemplativo" non significa d'altra parte una antitesi insanabile. La politica infatti per l'Ariosto non costituisce, come rappresenta invece per Machiavelli, una dimensione primaria ed esaustiva, ma un aspetto soltanto della pi vasta e ricca esistenza umana. Sicch passare dalla prassi alla poesia significa per l'Ariosto semplicemente questo: l'ascesa a un livello superiore di esistenza che comprende e pur travalica il momento dell'impegno nell'attualit.
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Prefazione. di: Luigi Maria REZZI.
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AI LEGGITORI CORTESI ED ERUDITI. 
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Il nome e il grido d'un uomo grande ne accende in cuore maraviglia ed affezione cos viva, che se per avventura ne viene alle mani una cosa, avvegnach di picciol conto, la quale ne faccia a sapere di novello o chiarisca un fatto o un detto di lui, ovvero siagli in alcun modo appartenuta, noi l'abbiamo senz'altro in assai pregio, e ce la tenghiamo carissima.
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Io credo adunque, o Leggitori cortesi ed eruditi, mettendovi dinanzi agli occhi questa canzone di Lodovico Ariosto, di farvi un dono molto e raddoppiatamente pregevole e gradito: secondoch voi potrete per essa e conoscere meglio una particolarit storica che lo risguarda, e gustare un frutto di quella mente divina assai squisito, rimasto fino ad ora a chicchessia, quanto io mi sappia, nascoso.
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E piacciavi di udire s'io dico il vero. Noi sappiamo ch'egli avanti d'ammogliarsi ad Alessandra Benucci, lasciata vedova di se da Tito Strozzi, fu preso d'amore per una donna, nomata Ginevra, e per cantata da lui sotto allegoria d'un Ginepro. Si vegga a tal proposito, fra le poesie varie di Lodovico Ariosto stampate in Firenze nel 1824 presso Giuseppe Molini, il sonetto settimo, il quale incomincia: Quell'arboscel che in le solinghe rive.
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Ma di tale avventura amorosa non si hanno notizie, se non dubbie e manche. L'Abate Girolamo Baruffaldi che ne scrive pi a lungo nella sua: Vita di Messer Lodovico Ariosto, edito in Ferrara nel 1807, s' rimaso nel sospetto che la Ginevra o non fosse fiorentina della famiglia de' Lapi, come il Sansovino affermava, o se s, che non in Fiorenza, ma in Mantova dimorasse.
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Altri di fresco ha messo in dubbio ch'ella fosse amata da Lodovico tanto quanto comunemente s'estima. Da ultimo se per li versi di lui n' certo in qual modo ed et l'affetto suo inverso quella avea pigliato cominciamento, e che al quarto anno durava tuttavia; niuno ci ha potuto dire finqui come e perch gli fosse uscito dall'animo e venuto meno.
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Che il quarto anno fusse egli stesso lo dice. Si vegga fra le poesie varie citate sopra la canzone che incomincia:
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Quando il sol parte, e l'ombra il mondo cuopre, ove alla stanza quarta l'Ariosto cos canta:
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Ginevra mia, dolce mio ben, che sola,
Ove io sia, in poggio o 'n riva,
Mi stai nel core, oggi ha la quarta estate,
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Poi che, ballando al crotalo e alla piva,
Vincesti il speglio alle nozze d'Iola,
Di che l'Alba ne pianse pi fiate:
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Tu fanciulletta allora,
Eri, ed io tal che ancora,
Non sapea quasi gire alla cittate.
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Dal che si ricava eziandio che la canzone ora data alle stampe dev'essere stata scritta da lui nell'et giovanile: tanto pi che alla stanza quarta di questa egli d al suo Genebro l'aggiunto di giovine. N voglio lasciar qui di notare che questa canzone, trovata dal Baldelli attribuita all'Ariosto e scritta di sua mano dal Varchi, non solo si legge stampata dal Doni ne' Marmi sotto il falso nome di Jacopo de' Servi; ma ancora nel libro secondo delle rime di diversi nobili uomini ed eccellenti poeti (Giolito, 1547) e per errore pi solenne ascritta a Giulio Cammillo, poeta, come ognun sa, a cui certo la lena non poteva di gran lunga bastare a scrivere cosa s elegante e leggiadra.
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Adunque per la canzone ch'io vi do qui messa per la prima volta sotto a' torchi delle stampe, scritta senza dubbio per la Ginevra, come per l'allegoria usatavi dentro vi si fa manifesto, voi apprendete tutte queste particolarit; cio ch'ella abitava lungo le sponde dell'Arno, e non del Mincio: che l'Arno la piangeva a s tolta come cosa sua: che dalle rive di questo fiume ella si part in compagnia d'altrui, forse del marito, per valicare le Alpi e porre stanza in Francia, in qualche citt o terra bagnata dalle acque della Saona: che Lodovico, disperando di poterla pi n seguitare n ritrovare in s lontano paese, dovette, non per leggerezza d'animo, ma per necessit, fattone prima il lamento grande, secondoch in simili incontri  il costume degli amatori, darsi pace una volta e cessare dall'amarla: finalmente non essere da credere che non fosse assai caldamente amata da lui una donna, la cui partenza, gli ha cavato del cuore versi, come questi sono, pieni di rammarico s vero ed alto.
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Che poi cotesta canzone sia un frutto assai squisito di quel divino intelletto, io spero ed estimo, che voi ne converrete meco di buon grado. E imprima voi sapete bene che una canzone allegorica, la quale non sia breve, quanto per lo vivo senso di se e di sua potenza attiva che la mente nostra prova nel raccorre e paragonare le simiglianze che sono dall'obbietto figurato a quello che lo figura,  cosa piacevole e bella a leggere o ascoltare; altrettanto  malagevole a fare per l'artifizio grande che vi si richiede, e se non vogliamo che il diletto si muti in pena, forza  che non appaia. E Lodovico ha condotto questa sua per dieci stanze sotto allegoria d'un ginepro s maestrevolmente, che sembra essergli venuta gi dalla penna senza uno studio al mondo.
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Il pi miracoloso poi si , che il concetto allegorico, venendo pi da arte che da natura, non raffredda qui per niente il vivo ardore della passione, e non ne impaccia o tarda i varii e concitati movimenti, E s che le smanie d'un amatore passionato a avventuroso, il quale si vede tolta ad un tratto e per ognora colei ch'era la gioia del cuor suo, non potevano, al mio parere, essere colorite a tinte pi vere e pi calde e franche.
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Come in mezzo al dolore ch'egli sente per la perdita fatta, s'intenerisce e teme per la sua donna ita a starsi sotto aspro e stranio cielo! Come alla mestizia dello stato presente mescolando la memoria delle allegrezze trapassate, rammenta queste appena, che ricade pi desolato in quella! Come traportato qua e l dal vario ondeggiamento degli affetti or teneri or dolorosi, si lascia vincere da ultimo alla piena dell'affanno in tanto che prende a fastidio la vita, non cura soccorso, ed odia ogni cosa che gli era dinanzi e dolce e cara!
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Al che non vi disgradi, o Leggitori, d'aggiungere avvedimento ed artifizio assai bello e secondo natura, degno, chi ben lo consideri, d'essere all'uopo imitato, non che avuto in pregio. Il quale  che qui ogni stanza corre libera di se e sciolta al tutto dalla legge del dover essere l'una uniforme alle altre nel numero e nella qualit de' versi e nella rispondenza delle rime. Perciocch non  egli bello e secondo natura che anco l'abito esteriore della canzone prenda forma dal subbietto di quella? e che l'andamento del metro sia vario e diseguale, come varii e diseguali sono i moti d'un animo agitato e messo in iscompiglio da forte e disperato dolore?
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Io voglio per che voi sappiate, che cotesta canzone, venutami, parecchi anni sono, sotto gli occhi nell'atto che stava esaminando uno zibaldone Barberiniano manoscritto, contenente diverse poesie latine ed italiane, non notato ne' cataloghi n contrassegnato di numero alcuno, non porta veramente n in fronte n altrove nome d'autore qual che si sia. Ci non di meno io non istetti allora, n sto oggi in forse d'attribuirla fidatamente a Lodovico Ariosto. E queste sono le ragioni che mi condussero gi e tengonmi fermo tuttavia in cosifatta sentenza; ed io spero che voi le avrete per buone e salde.
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La scrittura  senza dubbio di mano d'un copiatore vissuto al secolo XVI, come pure la forma del dire  l'usata in tale et, non in alcuna di quelle che furono innanzi. Fra i poeti adunque del secolo XVI  da cercare chi ne sia autore. Or de' poeti del cinquecento io posso senza giattanza affermare d'aver letto, pressoch tutti, i canzonieri e i tanti libri di rime raccolte da parecchi, una gran parte de' quali, comecch alcuni sien rari, sono giunto altres dopo cure molte ad avere in possesso; e consideratili bene, io dico con sicurt a niuno di loro potersi essa ragionevolmente ascrivere, ma s a Lodovico Ariosto.
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E in primo luogo niuno di quelli, il quale sia salito in qualche fama, ha scritto versi per sua donna, sotto aperto nome di Ginevra, salvoch, se pur la memoria non mi fallisce, l'Ariosto e Bernardo Tasso. Fra i poeti di minor grido io non mi rammento che di Gianfrancesco Bosello da Piacenza mia patria, di cui si hanno alle stampe versi scritti per una Ginevra, la quale per fu da Bologna della famiglia degli Orsi.
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Che questa non sia la Ginevra Malatesta cantata da Bernardo, non  da dubitare; essendoch, oltre molte altre cose ch'io potrei dire, e che ognuno pu agevolmente per se ricavare dalle rime di lui, si sa che ella era da Rimini, e and moglie al Cavalier degli Obizzi non in Francia, ma in Italia. Vedasi a tal proposito la vita scrittane dal Seghezzi e dal Serassi, e l'Orlando Furioso dell'Ariosto, ultimo canto.
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Che poi sia la Ginevra amata dall'Ariosto, pare a me esser chiaro a sufficienza per le cose qui dette di lei, le quali molto ben s'accordano a quello che e la storia ne racconta, e Lodovico medesimo accenna nella canzone allegata di sopra. Dappoich la prima afferma ch'ella fu fiorentina: e qui per l'appunto l'Arno  tratto fuori a piangere e a dolersi che gli sia tolto il suo bel Ginepro.
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Il secondo, accommiatando la predetta sua canzone, dicele:
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Canzon, crescendo con questo ginepro,
Mostrerai che non ebbe unqua pastore
Di me pi lieto, e pi felice Amore:
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e qui altres tocca e rammenta in pi stanze lo stato d'allegrezza e felicit, ov'erasi fino a quell'ora ritrovato. N i particolari di tal amore, conosciuti ora di nuovo e annoverati in sul principio del proemio, contrariano alla storia: anzi tutti vi si rannodano assai bene, e giovano a farne sapere quale verisimilmente ne fosse il seguito e il fine. Il subbietto adunque, preso a cantare dal poeta secondo il suo costume allegoricamente, potria parere esso solo pi che bastevole a mostrar vera la mia opinione.
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Ma a confermamento di quella viene eziandio la maniera, onde la canzone  ordita. Tutti i poeti del cinquecento, eccettone l'Alamanni e i due Tassi, Bernardo e Torquato, e alcuni pochi n molto valenti imitatori loro, i quali hanno seguita una certa via nuova da non potersi scambiare con altra, hanno foggiato le canzoni loro amorose, s quanto ai concetti e al tessuto, che quanto allo stile, sugli esempi datine dal Petrarca. Ma questa, come voi vedete, non ha per niente il fare petrarchesco, ma pi tosto un fare che trae a quello di Catullo e di Tibullo.
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E al secolo 16esimo solo l'Ariosto  quegli, il quale, come si mostra per alcune canzoni e capitoli suoi,  andato seguitando le orme di que' candidi, eleganti ed affettuosi scrittori antichi d'elegie. Finalmente, posto eziandio che non avessi gli argomenti recati in mezzo finqui, io m'indurrei a gridare Lodovico autore di questa canzone solo per la bellezza e bont singolare dello stile poetico che per entro vi si ravvisa.
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Chi, se non egli, ha fior di lingua s candido e puro? Chi modi e vezzi di favellare s freschi e scelti? Chi tropi s vivi e modesti? Chi dire di sapore s attico e antico, elegante ad un tempo e naturale? Chi verseggiare s libero e franco? Chi imaginare s spontaneo e ricco? Chi maniera s dolce e bella di toccare gli affetti del cuore secondo natura, e dietro le norme avutene dagli antichi scrittori latini e greci? Per le quali cose tutte io conchiudo che questa canzone o  fattura dell'Ariosto, o non v' poeta del secolo 16esimo i cui versi sieno conosciuti, al quale si possa a buon dritto ascrivere.
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Abbiatevela voi dunque, o Lettori cortesi ed eruditi, in dono, e piacciavi di gustarla; e se non avete per ancora il palato guasto dai liquori acri e mordaci vegnentici d'oltremare o d'oltremonti, io m'assicuro ch'ella v'avr sapore d'uno de' frutti pi squisiti e dilicati che siano surti fuori del bel terreno, ove gi ebbero nascimento Catullo, Tibullo e Lodovico.
LUIGI MARIA REZZI.
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CANZONE. PER LA PARTENZA DI GINEVRA. 
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1.
Deh chi sent'io, mie dolci rive amiche,
Che pur di sen vi svelle
Mio bel Genebro, e 'n quelle
Altre il ripon di voi tanto nemiche,
E di voi meno apriche?
Anzi pi; c'or da voi
Par volti il ciel l tutti i lumi suoi?
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2.
Come piange Arno, e corre
Oltra l'usato tempestoso e 'nsano,
Sol perch a mano a mano
Il bel Genebro suo si sente torre;
Cos ride, e pian piano
Or vassene, e pi queta
E pi lieta che mai, la bella Sona,
Che di lui s'incorona, e per lui spera
Eterna primavera.
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3.
Onde pur, lasso! al faticato fianco
Avr pi qualche posa?
La dolce ombra amorosa
Del mio Genebro altero or ne vien manco:
Man rapace invidiosa
Sveglielo de' nostr'orti,
E par s lunge, oltr'a quell'alpi, il porti,
Che pi n seguitarlo
Spero, n ritrovarlo.
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4.
Or pur cadr, m' tolto il mio sostegno
E pi saldo e pi fido:
N se ben piango e grido,
M'ode, o si piega il mio nemico indegno.
Ma come tanto sdegno
In ciel ver me s tosto?
In ciel c'or m'avea posto
In parte da bearme,
Or congiurato par tutto a dannarme? (303)
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5.
A che pur tante e tante, Amor, versarmi
In grembo tue ricchezze,
E di tante allegrezze il cor colmarmi,
Per or, pi che mai, farmi
E povero e doglioso? In ciel beato
Lasso! fui poco: or caggione, e dannato
Per sempre; n gi mio
E questo  ch'io mi doglio,
Superbo orgoglio, od altro fallo rio.
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6.
Per troppo aspro viaggio
E lungo il giovin mio Genebro porti.
Deh, no 'l trar di quest'orti
Cultor! deh, sia pi saggio!
Ahi ch'ogni picciol raggio
Di sole, ogni aura leve gentil fronda
E ramo, come i suoi, seccane e sfronda!
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7.
Ne riponeva in ciel, Pianta al ciel grata,
Tua bella vista sola;
Ne riponeva in ciel, Pianta beata,
L'ombra ch'or mi s'invola.
Ahi folle e dispietata
Man che d'orto s bel ti sveglie e parte,
Misera! e per piantarte
Ove? in gelata riva,
Ove fior maggio a pena, o fronde ha viva.
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8.
Agli esperidi orati alteri frutti
Le foglie d'un Genebro i' pongo avanti,
E 'l vago stelo a tutti
I pi dritti arboscei degli orti santi,
E 'l vivo verde a quanti
Smeraldi mai dienne il pi ricco lido.
Per grido: Quell'empio che men priva,
M'invidia ben ch'io viva.
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9.
Ancisa or la mia speme,
Anima illustre, cade a tua partenza,
Come vite che senza
Sostegno atterra le sue frondi estreme;
E qual fior, s'altri il preme,
Il suo bel giallo o rosso, ella tal perde
Il suo vivo bel verde.
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10.
Toltomi, Amor, del mio Genebro amato
L'odor di che nudrissi
Il cor, n d'altro io vissi,
Questo or sia del mio sen l'ultimo fiato:
N vo' che di mio stato
Tu curi, o mi soccorra; e schivo tutti
Tuoi pi salubri frutti:
Anzi tuo latte e mele
Odio qual tosco o fele.
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FINE.

